Dice di aver compiuto per ben quattro volte il ventiduesimo anno di età. E' Angelo Tanzarella, che tutti conoscono come Lino. Lui è originario della Puglia, ma la sua vita l'ha costruita e vissuta in Ossola.

«Arrivai a Domodossola il 4 maggio 1951 – dice Lino raccontando di sé – perché mio padre, che era già in Ossola, mi chiamò per raggiungerlo, visto che il lavoro c'era; prima come parrucchiere e poi, procuratosi una licenza di ambulante, girava le valli con una bicicletta a vendere sapone, lisciva, shampoo e tutto quello che serviva nelle case. Praticamente uno dei primi “vu cumprà” delle valli ossolane».

E lei invece, quale lavoro ha fatto appena arrivato in Ossola?

«Mi trovai con una bicicletta in mano e lo zaino sulle spalle per proseguire il lavoro di mio papà, visto che lui andò a lavorare in fabbrica. Sarà perché ero più giovane o forse perché risultavo più simpatico, fatto è che vendevo più di lui e sorridevo quando mi davano del terrone».

Eh... già, un terronetto dagli occhi chiari.

Ma quand'é che ha imparato a fare il cuoco?

«Presto. Il proprietario dell'albergo dove eravamo alloggiati in Domodossola, si era trovato ad aver bisogno una persona in più in cucina e mi chiesero se me la sentivo di provare... Inizialmente la mia risposta fu no! Secco. Al mio paese, lavorare in cucina era un mestiere da donne.

Poi mi hanno convinto. Mi dissero che avrei potuto diventare non solo cuoco, ma anche albergatore. Mi diedi da fare in quella cucina, sbrigandomi in ogni cosa. Imparai presto a cucinare e tenere pulito gli ambienti di lavoro e così facendo mi guadagnai un posto di aiuto cuoco all'albergo Villa Elda di Bognanco. La stagione finì il mese di settembre, ma io rimasi lì fino il 9 ottobre con l'incarico di preparare, da solo, un pranzo per un matrimonio con 150 invitati. Mi diedero un menù in mano e mi dissero: “Te la senti di farlo?” Risposi convinto di sì e da quel giorno divenni cuoco per davvero».

E quando divenne albergatore?

«Feci il cuoco per diverse stagioni negli alberghi di Bognanco e d'inverno andavo a Zermatt. Un giorno di aprile del 1972, mi chiamò mia sorella dicendomi che la signora Mosoni dell'albergo Edelweiss a Fonti aveva bisogno di parlarmi. Terminato quindi la stagione in Svizzera, chiamai i signori Mosoni e mi rispose Maurizio: “Vieni su che ti dobbiamo parlare...” Venne a prendermi perché non avevo mezzi per spostarmi e mi fece vedere l'intero albergo, dal piano terra, fino su nel sottotetto e quando ritornammo giù sul terrazzo, mi disse: “Lo vuoi?”».

E lei cosa rispose?

«Sembrava una presa in giro, ma conoscevo il signor Maurizio ed era una persona seria. Non si stava burlando di me. Mi aveva appena chiesto se volevo prendere il suo albergo... e gli risposi che ero sposato, avevo due figli e non avevo soldi per comprarlo. Mi fece quindi la proposta di subentrare nella attività per tre anni e poi ne avremmo parlato. Accettai e dopo una settimana potei finalmente dire che ero anche albergatore».

Sì, ma l'albergo Edelweiss era ancora di proprietà dei Mosoni...

«Allo scadere dei tre anni concordammo l'acquisto delle licenze e di tutta l'attrezzatura e dopo qualche anno venne a mancare il signor Maurizio e ricevetti l'offerta dagli eredi di comprare anche i muri. Feci la mia proposta avvertendo che potevo scegliere; la loro struttura, oppure il Belvedere, un vecchio albergo che stavano ristrutturando su a San Lorenzo».

E loro, cosa decisero?

«Accettarono al volo e piano piano, un po' alla volta, feci nuovi bagni e sistemai tutto l'albergo fino a farlo diventare un tre stelle con una piccola zona benessere dotata di sauna, bagno turco e vasca idromassaggio».

E cos'é quella storia dei gabinetti pubblici nella piazzetta...?

Sorride e racconta: «Le acque di Bognanco fanno bene la salute e... fanno correre in bagno. Durante la messa, chiesa piena, erano in molti quelli che dovevano uscire di corsa per fare la pipì. Uno dei miei clienti un giorno mi disse: “ma perché non fate dei gabinetti pubblici vicino alla chiesa?” Lo presi come un buon consiglio e mi rivolsi subito al sindaco, il quale però si dichiarò, senza soldi. Non mi persi di coraggio e mi diedi da fare a trovare una soluzione economica. La trovai in fiera a Milano con un prefabbricato che venne posizionato proprio in fianco alla chiesa. Ed a proposito di chiesa, se le interessa, c'è anche la storia del rosone ...».

Certo che mi interessa; di che rosone parla?

«Il rosone sulla facciata della chiesa. Era rifinito a metà perché, quando hanno costruito la chiesa nel 1934, non avevano più soldi ed io mi presi la briga di completarlo in perfetto stile romanico».

E cosa fece?

«Chiesi a tutti i parroci che venivano a Bognanco se potevano darmi una mano, ma solo uno mi disse di sì: un frate! Mi rivolsi quindi a Francesca Pianzola che si era appena diplomata geometra, per avere i disegni del rosone e con i disegni in mano, andammo, io e il frate, a Crodo per avere il blocco grezzo di serizzo in cambio “di un posto sicuro in Paradiso”. Così disse il frate al titolare della cava. E lo ridisse anche a chi doveva successivamente tagliare a misura e lavorare tutti i pezzi, ma questo, un ragazzino sveglio che aveva da poco aperto un laboratorio di lavorazione dei sassi, oltre al “posto in Paradiso” volle assicurarsi anche otto milioni di vecchie lire. A pagare ci pensò il frate, mentre io trovai anime buone, in grado e disponibili a completare finalmente il rosone».

Al momento, le tre acque minerali di Bognanco (Ausonia, San Lorenzo e Gaudenziana ndr), non sono disponibili al pubblico, I gabinetti pubblici li hanno tolti da tempo, l'albergo Edelweiss è sempre di Tanzarella, ma del figlio Gianluca con Sonia e la clientela, non viene più a Bognanco Fonti per bere l'acqua; viene perché è un posto tranquillo, dove si sta bene, si fanno belle camminate in mezzo alla natura e si scoprono antichi borghi di pietra in una valle piena di storia e di antiche tradizioni.

Giancarlo Castellano, collaboratore di ECO RISVEGLIO