BOGNANCO

Il Natale senza supermercati, senza regali, senza vetrine, senza televisioni e senza luci… quest’anno ce lo raccontano i fratelli Agnese e Mario Pellanda.

«Durante il periodo di Natale, vivevamo a Picciola. Oggi è una frazione disabitata, ma a metà del secolo scorso, quando noi eravamo bambini, ci abitavano una cinquantina di persone e la nostra famiglia (quii d’Alfer) era quella più numerosa; pensi che eravamo in sedici».
Una famiglia sola? In sedici?
«Sì.  E il conto è molto semplice: due genitori, tredici figli e la zia Fenicola».
Ma come facevate a vivere tutti e  sedici in una casa?

«Non sempre eravamo tutti in casa, per via dei lavori in campagna o all’alpe, ma  in inverno, quando fuori c’era la neve ed il gelo e specialmente durante le feste di Natale,  allora sì, eravamo tutti riuniti.
A nostra sorella Clelia piaceva fare l’albero di Natale. Andava nel bosco , tagliava un alberello e lo sistemava dentro casa vicino alla finestra. Sui rami appendeva tante caramelle che noi – più piccoli - puntualmente di nascosto scartavamo e mangiavamo, lasciando appese le carte vuote, sistemate per bene in modo che nessuno potesse accorgersene».

Non sarà stato semplice assicurare ogni giorno da mangiare per tutti…

«Allora eravamo piccoli e non ci rendevamo conto, ma quando ci pensiamo adesso… sedici bocche da sfamare… doveva essere proprio un bel impegno per i nostri genitori, eppure non ci mancava nulla».
Agnese ricorda «il grosso pentolone sul fuoco con dentro le patate a cuocere e mezzo salamino per ciascuno di noi ed a Natale anche una costina di maiale per aggiungere  sapore. La tavolata era sempre affollata e chiassosa e dopo cena…. Tutte le sere; il Rosario! Era la cena per i morti. Così diceva la zia: “Nui aiem mangiou e ades i gan da mangià anca i nost mort…” (Noi abbiamo mangiato e adesso devono mangiare anche i nostri morti…) A volte si dicevano anche tre corone, una dietro l’altra, ma non erano le Ave Maria a stufarci, erano le Litanie che non finivano mai… “San Luca…ora pro nobis…Santa Maria…ora pro nobis… San..vatte la pesca… ora pro nobis…Tutte le  sante sere… Qualcuno di noi ragazzi subito dopo cena, nella confusione riusciva anche a svignarsela, ma se si perdeva l’attimo giusto, il papà si metteva davanti alla porta di casa e non c’era più verso di scappare».

Mario ricorda che «viveva  nei paraggi, un certo “Tunela”. Un tipo  originale che  beveva spesso e litigava in continuazione con quella che noi abbiamo sempre pensato fosse stata sua moglie ed invece era una sua compagna. Un giorno, di cattivo umore con questa donna, si confidò con nostro padre e disse: “Un quai dì a la strozzi…” (un qualche giorno la strangolo…) Papà vedendolo un po’ adirato e… come al solito anche un po’ bevuto, cercò di assecondarlo e gli rispose;” Ma lascia perdere, che vuol ben pensarci il signore…” Fatto è che dopo poco tempo la donna  venne trovata morta in casa. Il Tunela, corse a casa nostra e neanche troppo tristemente,  disse balbettando a nostro padre che lo ascoltava rispettosamente in piedi: ”O ti ti ti sei un striun  o o o un sant… ( O tu sei un diavolo, oppure un Santo…) Non aggiunse altro, uscì dalla porta e se ne ritornò a casa.

Durante il periodo delle festività natalizie, visto che eravamo tutti presenti, papà organizzava  quei lavori pesanti dove serviva la forza».
E’ Mario a ricordarsi di quel giorno di Santo Stefano che si facevano scivolare i tronchi a valle… «Avevamo tagliato una cinquantina di larici  su nel bosco e li dovevamo portare giù fino sulla strada provinciale. Ad aiutarci “Marco”; non una persona, come potrebbe sembrare dal nome, ma il nostro asino. Il nostro povero asino.  Avevamo quasi finito, ci mancavano solo due o tre tronchi;  quelli più storti che solitamente lasciavamo per ultimi.  Avevamo legato il penultimo tronco all’asino posizionato  davanti  a tirare e noi dietro con le corde cercavamo di controllarlo sul sentiero. Ad un certo punto il tronco “svergolo” si impuntò contro un sasso affiorante e ruotò verso valle scivolando giù nella scarpata. Noi prontamente lasciammo andare le corde e ci salvammo, ma la povera bestia venne trascinata dal peso del troncone fin giù nel Bogna e morì».

Ricorda Agnese che quel  curioso e tragico incidente fu riportato su diversi giornali locali di quei giorni e quello, fu sicuramente « per tutti noi uno dei Natali più tristi che ricordiamo».

«Ma eravamo ragazzi – prosegue Mario nel racconto, sorridendo - ed anche quella disgrazia passò presto nel dimenticatoio al punto che quando, dopo un po’ di tempo, morì il Tunela,  rammentavamo divertiti che per la sua morte, nessuna menzione fu riportata sui giornali, mentre per il nostro asino caduto nel Bogna, furono scritte intere colonne».

 

Giancarlo Castellano, collaboratore di ECO RISVEGLIO


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