BOGNANCO

 

A Pizzanco, in alta valle Bognanco (1142 m. s.l.m.) 75 anni fa, nevicava e faceva freddo, proprio come adesso.  Solo il Natale  era un po’ diverso. Forse.
A raccontare il  Natale di allora sono le sorelle Ernesta Della Bianca, classe 1933 e Maria Della Bianca, classe 1928, nate e cresciute  nel paese degli alpigiani, detti “i casaroi”.
«Non c’era la strada e si andava a piedi sulla vecchia mulattiera fino giù a San Lorenzo, per  la messa di mezzanotte. Eravamo una bella squadra, a Pizzanco in quegli anni abitavano sicuro 70/80 persone, anche in inverno  e quando rientravamo a casa, mettevamo  “di squilit” (delle scodelle), in bella vista e vicino alla porta di entrata, perché sapevamo che Gesù Bambino, allora non si parlava di Babbo Natale, entrava dal buco della chiave e ci avrebbe messo dentro i regali.

In casa eravamo in undici e andavamo a dormire di sopra,  nelle stanze gelide, schiacciati da una pila pesante di coperte e vecchi paltò che non si usavano più. Non mettevamo il pigiama, ma indossavamo comunque degli indumenti intimi pesanti per proteggerci dal freddo. Al mattino non vedevamo l’ora di svegliarci, per andare a vedere cosa c’era “in tla squela” ( nella scodella). E poi giravamo di casa in casa per scoprire cosa Gesù Bambino aveva portato agli altri. Nessuno in paese chiudeva a chiave le porte di casa, così tutti noi entravamo ed uscivamo  liberamente. Solitamente trovavamo mandarini, spagnolette, caramelle, a volte un “panet dul nas” (fazzoletto per il naso)».

Maria  si ricorda che una volta lei e Carolina, una vicina di casa, già grandicelle,  «Sicur  che  aghevum pusé che dodasg agn (Sicuro che avevamo più di dodici anni)», avevano messo le scodelle in posti un po’ più nascosti del solito e la mattina di Natale, con molto dispiacere, ritrovarono le scodelle vuote. Le avevano nascoste così bene  che “Gesù Bambino” non le trovò. « “A serum propi di cadrenzui” (eravamo proprio delle credulone), pensi che mettevamo del fieno fuori dalla porta ed al mattino non trovandolo più eravamo certe che l’asino che portava Gesù Bambino lo aveva mangiato.  Eravamo ingenue e felicissime.
Il pranzo tipico di Natale erano “patati in toc e salamit” (patate a pezzi e salamini) con insalata. Non mancavano mai sul tavolo,  i salumi del maiale ed il nostro formaggio  e poi andavamo matti per l’uva passa.  La prendevamo al Torno (bassa valle) e la cambiavamo con il  nostro formaggio dell’alpe.  Mettevamo l’uva a seccare ”in tul tasel” (nel solaio) e così, a Natale, mangiavamo uva secca e dolcissima. Sul fuoco c’era sempre “ul caffè dul padlign (il caffè del pentolino). Lo si versava in piccole scodelle e ci mettevamo sempre dentro un pezzetto di burro».
E’ sempre Maria a ricordarsi più cose e racconta che una volta, forse non proprio il giorno di Natale, ma comunque in quei giorni, lei e la sorella Ernesta avevano preso un salamino dalla cantina “da nascundun” (di nascosto) e lo avevano immerso nella pentola sul fuoco della minestra. Un attimo prima che venisse servita nei piatti, lo levarono, senza farsi vedere dalla mamma e se ne andarono a mangiarselo in un solo boccone  fuori  “in tla strecia” ( fuori in strada).
«Anche se era Natale dovevamo pensare anche alle bestie. In quei tempi avevamo mucche, pecore, capre,  un maiale, un asino,  galline, conigli, un cane e dei gatti e così si doveva andare nella stalla per pulire, mungere, dare loro fieno e acqua. Era quindi un Natale un po’ come tutti i giorni forse, però per noi un giorno davvero speciale. Non si usava mettere addobbi natalizi. Né fuori, né dentro casa.  Noi facevamo solo un piccolo presepe vicino alla stufa, con le poche statuine che avevamo.
Veniva notte presto e non avevamo la luce. Usavamo lampade a petrolio, oppure a carburo e dopo cena,  non solo a Natale, ma tutte le sere si recitava il rosario nella stanza chiamata “la stuva” dove c’era la stufa di sasso e le panche di legno. Dopo il rosario, spesso si cantava e poi i più piccoli  li facevano andare  a dormire e così, liberata l’unica stanza calda dai mocciosi, la mamma e le ragazze, rimanevano alzate a filare la lana o fare calza, mentre papà ed i  fratelli più grandi, costruivano gerli, rastrelli o sistemavano altri attrezzi rovinati».
Ai vostri tempi, mi avete detto che non scrivevate letterine di Natale. Se doveste scriverla oggi una lettera a Gesù Bambino,  cosa chiedereste?
Ridono divertite per questa domanda e rispondono: « A ghem bisogn nuta… un quai agn meno forse e ‘n po’ ad salut… cul scì.  (Non abbiamo bisogno niente… qualche anno meno forse e un po’ di salute…quello sì)».

 

Giancarlo Castellano, collaboratore di ECO RISVEGLIO


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